Percorsi

#PercorsifuoridalPArCo – Distanti ma uniti dalla storia

Il progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” è nato per invitare i cittadini romani e tutti i nostri visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco archeologico del Colosseo e quelli del territorio circostante. Si tratta di percorsi “virtuali”, ma percorribili anche fisicamente, come speriamo i nostri visitatori faranno, scoprendo le meraviglie note e meno note del nostro territorio. 

Il percorso coinvolge Istituti del Ministero della cultura operanti nel Lazio (tra cui la Direzione Regionale Musei Lazio, le Gallerie Nazionali Barberini Corsini Gallerie Nazionali, il Museo Nazionale Romano, il Parco Archeologico dell’Appia Antica e il Parco Archeologico di Ostia Antica) nonché la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, l’Accademia Nazionale dei Lincei con la Villa della Farnesina, il Comune di Cori, il Comune di Priverno e la Fondazione Roffredo Caetani di Sermoneta, che hanno aderito all’iniziativa con grande entusiasmo.

Il percorso è curato da Francesca Boldrighini con la collaborazione di Michela di Meola.

CASTORE E POLLUCE, GEMELLI DIVINI TRA ROMA E CORI

I Dioscuri, figli di Zeus e di Leda, partecipi di imprese gloriose, tra cui quella degli Argonauti, furono legati secondo il mito da un affetto così forte che quando Castore fu ucciso, Polluce, il gemello immortale, scelse di condividere la propria immortalità vivendo con il fratello un giorno nell’Olimpo e un giorno negli Inferi. Il loro culto, nato probabilmente a Sparta, fu accolto a Roma già nei primi anni della Repubblica: secondo Tito Livio, infatti, nel 499 a.C., durante la battaglia del Lago Regillo contro la lega Latina, apparvero due cavalieri su cavalli bianchi che guidarono i Romani alla vittoria; essi riapparvero poi nel Foro, dove lavarono i loro cavalli nella Fonte di Giuturna e scomparvero di nuovo. Proprio accanto alla fonte il console Aulo Postumio Albino, vincitore della battaglia, votò ai gemelli divini un tempio, inaugurato nel 484 a.C., di cui ancora oggi si conservano, su un alto podio, le tre imponenti colonne corinzie risalenti alla ricostruzione di Tiberio del 6 d.C.
Il tempio fu sempre legato alla classe dei cavalieri, e probabilmente da qui partiva ogni 15 luglio, anniversario della battaglia, la transvectio equitum, processione commemorativa istituita nel 304 a.C. da Quinto Fabio Massimo Rulliano.

Ma il culto dei Castori è radicato anche in molte città del Lazio, dove fu istituito probabilmente prima che a Roma, tanto che si è ipotizzato che il voto di Aulo Postumio sia da considerare una evocatio: un rito con cui si “invitava” la divinità protettrice dei nemici ad unirsi al pantheon romano. Dei templi dedicati ai Dioscuri nel Lazio il meglio conservato è quello di Cori, costruito all’estremità sud-orientale della terrazza del Foro della città. Del tempio, risalente anch’esso al V sec. a.C., si conoscono almeno tre fasi edilizie. Quella attualmente visibile, collocata intorno al 100 a.C., rappresenta una innovativa e raffinata sintesi tra un modello planimetrico di ispirazione arcaica (tempio “tuscanico” ad alae) ed un linguaggio architettonico e decorativo pienamente ellenistico. Come il tempio del Foro Romano, anche quello di Cori è di ordine corinzio, e si innalza su alto podio in opera quadrata di tufo. Gli scarsi resti dei rivestimenti consentono di ricostruire un pavimento in lastre di travertino negli ambienti laterali e un mosaico in bianco e nero con ricca bordatura in quello centrale, mentre le pareti della cella erano rivestite da un ricco intonaco imitante il marmo. Sul frontone dovevano essere collocate le statue dei gemelli divini, in marmo pario, rappresentati armati di lancia e recanti i cavalli alla briglia, secondo una iconografia creata tra la fine del II ed il I secolo a.C.

📌 Le modalità di visita del Museo della Città e del Territorio di Cori sono consultabili sul sito ufficiale.

 

Cori, l’architrave del tempio con la dedica a Castore e Polluce da parte dei magistrati locali che operarono per decreto del Senato e con fondi tratti dal tesoro sacro, prima della municipalizzazione della città conseguente alla Guerra Sociale (90-88 a.C.).

 

Le tre colonne corinzie del Tempio dei Castori che da più di 2000 anni si innalzano nel Foro Romano: a differenza di altre, che sono state ricollocate al loro posto nel corso dei restauri, le tre colonne non sono mai crollate e sono in piedi dall’epoca romana.

 

CIBELE, LA GRANDE MADRE, DALL’ASIA MINORE AL FIUME TEVERE 

Nel periodo drammatico della Seconda guerra Punica, prostrati da quasi 15 anni di ostilità, i Romani, su indicazione dei Libri Sibillini, scelsero di affidarsi alla protezione di una nuova divinità: Cibele, signora della natura e degli animali, già venerata sul Monte Ida, nella Troade, sotto forma di una pietra nera. Il culto fu introdotto a Roma il 4 aprile del 204 a.C. e il tempio dedicato alla dea, che i Romani chiamarono Magna Mater, fu inaugurato nel 191 a.C. La sua costruzione costituì una rivoluzione nella topografia religiosa della Roma antica: per la prima volta una divinità straniera veniva accolta non sul “periferico” Aventino ma sul Palatino, all’interno del Pomerio, il recinto sacro della città, proprio accanto alle capanne romulee. La provenienza di Cibele dalla Troade, regione d’origine di Enea, facilitò forse questo posizionamento strategico.
Per ricordare la dedica del tempio si celebravano, dal 4 al 10 aprile di ogni anno, i Ludi Megalenses, giochi scenici per cui composero commedie anche Plauto e Terenzio; l’11 aprile, a conclusione dei Ludi, si festeggiava il dies Natalis della dea con l’offerta del moretum, la tradizionale focaccia di erbe, formaggio, sale, olio e aceto. Del tempio, ricostruito dopo un incendio nel 111 a.C., e poi per volere di Augusto nel 3 d.C., si conserva oggi l’alto podio, sormontato da un boschetto di olmi che lo ombreggia e ne accresce la suggestione.

Ancor prima che a Roma, Cibele giunse ad Ostia: qui infatti arrivò via nave la pietra nera, poi trasferita su un’imbarcazione più piccola per la navigazione fluviale fino all’Urbe. Quando la nave, con pessimo auspicio, si incagliò nella sabbia, a salvarla fu una donna, Claudia Quinta, della quale si metteva in dubbio la moralità: chiedendo alla dea di dare a tutti un segno della sua castità, Claudia afferrò una fune dell’imbarcazione e riuscì a trainarla senza sforzo.
Le attestazioni del culto di Cibele ad Ostia partono tuttavia dal I secolo d.C., e solo nel corso del secolo successivo avvenne la sistemazione del santuario: a differenza del tempio sul Palatino questo era prudentemente situato in un’area periferica della città, in prossimità di Porta Laurentina, e non era costituito solamente da un tempio, ma da una vasta area sacra, di forma triangolare. Al suo interno furono eretti templi e sacelli dedicati a Cibele e alle divinità a lei associate: oltre al tempio di Magna Mater vi si trovano infatti il sacello di Attis, il mitico pastore amante della dea, il tempio di Bellona, dea italica della guerra, e la sede degli hastiferi, i “portatori di lance”, che durante le cerimonie eseguivano danze rituali.
Gli edifici erano disposti intorno a un ampio spazio aperto in cui si svolgevano i riti religiosi, tra i quali avevano un ruolo importante le processioni sacre e i riti iniziatici che prevedevano l’aspersione dei fedeli con il sangue dei tori uccisi nel corso dei sacrifici (taurobolia).

📌 Le modalità di visita del Parco archeologico di Ostia antica sono consultabili sul sito ufficiale.

Il basamento del tempio della Magna Mater sul Palatino

 

Parco Archeologico di Ostia Antica: il sacello di Attis nel Campo della Magna Mater

 

LA CASA DI CITTÀ E LA VILLA IN CAMPAGNA. LE PROPRIETÀ DI LIVIA DRUSILLA DAL PALATINO A PRIMA PORTA

Iuliae Augustae: queste parole scritte su una tubatura di piombo rinvenuta durante gli scavi ottocenteschi hanno permesso di attribuire a Livia, terza e ultima moglie di Augusto, una ricca domus situata sulla sommità Palatino. Costruita all’inizio del I sec a.C., quando il colle era disseminato di abitazioni private dell’aristocrazia senatoria, la casa fu ristrutturata intorno al 30 a.C. e decorata con gli affreschi ancora oggi in parte conservati; in quell’occasione fu probabilmente trasformata in un appartamento riservato a Livia all’interno del complesso abitativo augusteo. A colpirci, oltre alle semplici e raffinate pavimentazioni a mosaico bianco e nero, è la decorazione dipinta di secondo stile pompeiano: nel tablino, ambiente di ricevimento che si affaccia sull’atrio, ammiriamo un podio sormontato da colonne tra le quali si aprono vedute immaginarie. Tra le scene mitologiche si riconoscono Polifemo e Galatea e la ninfa Io sorvegliata da Argo. Ai lati dei quadri centrali aperture spaziano su paesaggi immaginari e architetture fantastiche, arricchite da sfingi, figure alate e candelabri.
Nell’ala destra la decorazione invece è organizzata intorno a un portico aggettante: tra le colonne sono dipinti festoni vegetali ornati con bende e oggetti di culto. In alto corre un singolare fregio monocromo su fondo giallo, con rappresentazioni di vita reale alternate a scene di ambiente egizio, rese in modo “impressionistico” con rapide pennellate.

Ma Livia, discendente di una delle più note famiglie della Roma repubblicana che poteva vantare tra i suoi membri consoli e generali, ed ex moglie di un esponente dell’illustre gens Claudia, aveva certamente molte altre proprietà. Tra queste c’era, come sappiamo dagli storici antichi, una villa sulla via Flaminia, detta ad gallinas albas (alle galline bianche) a causa di un prodigio che vi si era verificato: un’aquila aveva lasciato cadere in grembo a Livia una gallina bianca che aveva nel becco un ramo di alloro. Su consiglio degli aruspici la gallina venne allevata e intorno alla villa fu piantato un bosco di allori da cui si iniziò la tradizione di cogliere i rami poi utilizzati nei trionfi. Questa villa è stata identificata, grazie a numerosi indizi, con un complesso antico scavato presso Prima Porta che conservava un ambiente sotterraneo con straordinarie pitture di giardino, oggi al Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo. Tale è il realismo di queste pitture che abbiamo l’illusione di trovarci davvero in un giardino disseminato di fiori e di arbusti: riconosciamo allori, rose, margherite, papaveri, cespi di camomilla, cotogni, melograni, mirti, oleandri, pini domestici, abeti, querce, lecci; tra gli uccelli lo zimbello ed il merlo. La raffigurazione degli elementi in scale diverse e le cime degli alberi piegate dal vento rendono ancora più realistica la rappresentazione. Questa straordinaria decorazione, realizzata più o meno negli stessi anni delle pitture del Palatino, è il primo esempio noto di pittura di giardino, un genere che avrà grande fortuna nel mondo romano, non solo nelle abitazioni ma anche, in forme diverse, nella pittura funeraria: in essa il giardino diventa infatti simbolo del piacere di vivere, che neanche nella morte i romani rinunciano a celebrare.

📌 Le modalità di visita del Museo Nazionale Romano sono consultabili sul sito ufficiale.

Casa di Livia sul Palatino. Le pitture dell’ala destra. Le colonne del portico sorreggono una ricca ghirlanda vegetale, ornata con frutta e nastri rossi. Sopra le ghirlande si nota il “fregio giallo” con scenette di carattere “egittizzante”, come voleva la moda dell’epoca

 

Villa di Livia a Prima Porta. Una delle pareti lunghe dell’ambiente, in cui si riconoscono bene la staccionata in vimini e la balaustra in marmo che ripartiscono il giardino. Tra le due è piantato un albero di pino, mentre tutti gli altri arbusti si dispongono in secondo piano

 

SANTA MARIA NOVA: DALLA BASILICA AL FORO ROMANO ALLA TENUTA LUNGO LA VIA APPIA 

Siamo a ridosso della via Sacra, sul Palatino e più precisamente nel monastero di Santa Maria Nova costruito a partire dall’847 nel luogo dell’antico oratorio dei Santi Pietro e Paolo. L’appellativo fu preso dalla chiesa – già esistente – di Santa Maria nel Foro che, da questo momento, diventerà Santa Maria Antiqua perché distrutta a causa di un terremoto.
Oggi il complesso, stratificato e ricco di storie, è conosciuto anche come Basilica di Santa Francesca Romana, poiché dal 1440 ospita la tomba della santa che proprio in questa chiesa si era offerta come oblata. Santa Francesca, da sempre ben voluta dai romani, assunse presto l’appellativo di ‘Romana’ ed è particolarmente importante in questo periodo storico che stiamo attraversando perché considerata protettrice delle pestilenze. Non a caso, il restauro condotto sul soffitto ligneo seicentesco disegnato da Carlo Francesco Lambardi si è concluso il 9 marzo 2021, giorno in cui si festeggia la Santa, come segno di buon auspicio. La chiesa oggi presenta l’aspetto conferitole dai lavori seicenteschi: l’intervento di maggior pregio è la struttura sepolcrale che accoglie le spoglie della Santa, affidata a Gian Lorenzo Bernini tra il 1638 e 1649. Il pavimento invece risale al 1952 ma, in alcuni punti, conserva frammenti cosmateschi. Il complesso sorge sulle scale del Tempio di Venere e Roma, fatto costruire per volontà di Adriano a partire dal 121 d.C. e completato nel 140 d.C. da Antonino Pio.

Ma cosa lega un monastero costruito sul Palatino ed un casale della campagna romana, sulla via Appia? I proprietari! I monaci olivetani benedettini di Santa Maria Nova.
Già officianti della chiesa collocata sul Palatino, che gestiscono ancora oggi, possedevano infatti dal XIV secolo un vasto terreno sulla via Appia che da questo momento prenderà il nome di Santa Maria Nova. Il terreno, che era adibito a seminativo e pascolo, si trovava nell’area dell’antica villa romana appartenuta ai fratelli Sesto Quintilio Condiano e Sesto Quintilio Valerio Massimo, membri di una famiglia senatoria e consoli nel 151 d.C. Nel 182/183 d.C. l’imperatore Commodo li aveva accusati di aver ordito una congiura contro di lui, facendoli uccidere ed impadronendosi della loro residenza. Il nucleo del Casale, fulcro della tenuta, venne costruito tra la fine del medioevo e l’età moderna, riutilizzando i resti di un edificio romano del II secolo d.C., forse una cisterna a due piani, su cui era stata realizzata in età tardoantica una torre difensiva. Tra il XV secolo e il XVI secolo l’edificio prende le forme attuali: a questa fase risale l’elegante abside aggettante al primo piano, forse una garitta difensiva, oppure una piccola cappella edificata dai monaci della Congregazione Benedettina di Santa Maria del Monte Oliveto. I monaci olivetani manterranno la proprietà fino al 1873 quando fu messa all’asta e poi aggiudicata a Isidoro Marfori. Su due gradini della scala di accesso al primo piano, realizzati con elementi di recupero, si vede ancora il loro stemma. Nel 1876 fu realizzato un piccolo casaletto a uso stalla, su resti di strutture romane. In seguito la tenuta appartenne ai conti Marcello e al produttore cinematografico Evan Ewan Kimble, fu trasformata in dimora di lusso e usata come set cinematografico. Acquisita nel 2006 dallo Stato Italiano è stata oggetto di interventi di restauro e recupero funzionale che hanno consentito di aprirla al pubblico dal giugno del 2018.

📌 Le modalità di visita del Parco archeologico dell’Appia antica sono consultabili sul sito ufficiale.

La Chiesa di Santa Maria Nova al Foro Romano: ben visibile in questa foto il campanile romanico in laterizio e diviso in cinque ordini. Il campanile, la decorazione musiva dell’abside e il chiostro risalgono al XII-XIII sec. La facciata, interamente in travertino e di ispirazione palladiana, risale invece ai primi anni del Seicento quando gli Olivetani incaricarono l’architetto Carlo Lambardi di dare un nuovo volto all’intera basilica. Sul fianco sinistro della basilica è parzialmente visibile il portale seicentesco, rifacimento del portale dell’antica chiesa che si apriva direttamente sulla Via Sacra.

 

Il Casale di Santa Maria Nova sull’Appia antica visto dall’alto. In primo piano sono visibili gli edifici riportati alla luce durante gli scavi archeologici effettuati negli ultimi anni, che occupavano l’area in età imperiale, nel II secolo d.C. Sono stati identificati: ambienti residenziali, di servizio e un settore termale finemente decorato, che conserva anche mosaici con scene di spettacoli gladiatori e circensi.

 

 

I GRANDI EDIFICI DI DOMIZIANO: LO “STADIO” SUL PALATINO E LO STADIO IN CAMPO MARZIO

Sul lato orientale della Domus Flavia, la residenza imperiale per eccellenza costruita dall’ultimo imperatore della dinastia Flavia, Domiziano, ma posto ad un livello inferiore, si trova il cosiddetto Stadio Palatino.
Si tratta di una imponente costruzione, lunga ben 161 metri e larga 48 metri che ancora oggi conserva la pianta rettangolare allungata tipica degli stadi. Su uno dei lati lunghi si può ammirare la struttura di una grande esedra, probabilmente un ninfeo o triclinio; solo le basi dei pilastri restano invece del sontuoso portico che doveva circondarlo almeno su tre lati e che doveva essere arricchito, come tutto l’edificio, da numerose statue e gruppi scultorei. La maggior parte di essi sono oggi esposti nel Museo Palatino.
Nonostante la tipica struttura architettonica e la presenza di un lato curvo,  l’utilizzo del termine “stadio” non è forse del tutto corretto nel caso del Palatino; non sappiamo infatti con certezza quale fosse l’uso di questo splendido edificio: è probabile che si trattasse in realtà di un sontuoso giardino annesso al palazzo, utilizzato come luogo di svago dalla famiglia e dalla corte imperiale, e probabilmente anche come maneggio. L’ipotesi sembra essere confermata da Plinio il Giovane che ci racconta come alcune ricche residenze fossero dotate di ippodromi privati, ossia di giardini a forma di circo. È comunque possibile che lo “Stadio” venisse utilizzato anche come una sorta di “palestra” per lo svolgimento di esercizi ginnico-atletici.

Lo stadio era infatti il luogo d’eccellenza in cui praticare gli sport della tradizione atletica greca, tradizione che Domiziano amava particolarmente e intendeva diffondere tra i romani in contrapposizione agli sport più violenti. Forse per questo l’imperatore, oltre allo Stadio Palatino, riservato solo alla corte imperiale, costruì anche un grande stadio pubblico nel Campo Marzio, nel luogo ora occupato da una della più belle piazze di Roma, piazza Navona. Già nel nome della piazza (forse da “Campus in Agoni”, poi “in Agona”) troviamo un riferimento all’uso cui era adibita l’area in antico: gli agoni infatti erano gare di atletica e lotta che si tenevano all’interno degli stadi. Giochi popolari in Grecia, a Roma non riscuotevano altrettanto successo e fu solo dopo l’incendio nel Campo Marzio dell’80 d.C. che Domiziano poté edificare il primo stadio in muratura della città. La pianta (265×106 metri), con i lati lunghi paralleli e i lati corti uno curvo e l’altro obliquo, era simile a quella dei circhi ma la diversa natura dei giochi che vi si svolgevano richiedeva dimensioni più ridotte e l’assenza della spina centrale. La facciata esterna era costituita da una doppia serie di arcate su pilastri (l’inferiore d’ordine ionico, il superiore corinzio), mentre numerosi gruppi marmorei e statue singole dovevano popolare i fornici superiori e le nicchie delle aule del piano terreno. Nel Medioevo ininterrotta fu la continuità d’uso dell’area: le strutture dello stadio vennero occupate da abitazioni, mentre lo spazio dell’arena ospitò il Carnevale Romano e fu poi luogo di mercato. Nel Seicento, infine, con la chiesa barocca di Sant’Agnese in Agone e le tre fontane dei Fiumi, del Nettuno e del Moro, la piazza acquisirà la configurazione attuale.

📌 Le modalità di visita dello Stadio di Domiziano sono consultabili sul sito ufficiale.

Palatino - Stadio

Stadio Palatino, zona meridionale. I pochi resti visibili somiglianti ad un recinto ovale risalgono probabilmente all’epoca di Teodorico

 

Stadio di Domiziano in piazza Navona, scalinata dell’ambulacro esterno di accesso al corridoio intermedio del piano superiore

 

 

SULLE TRACCE DEL PALLADIUM: DA TROIA A ROMA E A SPERLONGA

C’è una tradizione che lega in modo indissolubile la storia di Roma al mito greco: l’arrivo di Enea, fuggito da Troia, in Italia e il suo ruolo di progenitore dei romani. Tra le numerose versioni del mito, Dionigi dI Alicarnasso narra che fu proprio Enea a portare in Italia il Palladio, l’immagine sacra di Pallade Atena venerata dai troiani e considerata il pegno per la difesa della città; altre tradizioni narrano invece che furono Ulisse e Diomede a sottrarre il Palladio e a portarlo in occidente. Il Palladio, in origine una statua lignea (in greco xoanòn), era fortemente simbolico anche per i Romani, tanto che il princeps Augusto lo conservava nel Tempio di Vesta dove, assieme al fuoco sacro, garantiva la salvezza della città. Augusto aveva istituito il culto di Vesta anche sul Palatino e alcuni studiosi sostengono che il Palladio fosse stato trasportato in questo secondo tempio, o duplicato per avere due simulacri, uno per ogni edificio.
Del Palladio oggi conservato nel Museo Palatino, probabilmente una copia in marmo della mitica statua lignea, si conserva solo un frammento del volto ma è evidente la forte influenza orientale che investe quest’opera, realizzata tra il tardo arcaismo e la prima età severa (VI-V sec a.C.). L’occhio a mandorla della dea Atena mostra infatti un disegno delicato; il sopracciglio è allungato, lo zigomo pronunciato e la chioma ordinata disposta attorno al viso scende sulle tempie e copre parte dell’orecchio, che presenta un forellino per l’inserimento di un orecchino.

Ma esiste una seconda raffigurazione del Palladio tra le sculture antiche del Lazio: nel 1957, infatti, durante la realizzazione della nuova via Flacca, a poche centinaia di metri dalla cittadina di Sperlonga, i costruttori s’imbatterono in una serie di resti archeologici presto identificati con la villa di Tiberio, più volte citata dalle fonti antiche ma la cui collocazione era sconosciuta. Durante gli scavi furono rinvenuti dei gruppi scultorei relativi alle gesta di Ulisse. Le sculture, tutte di pregevole valore artistico (quella di Scilla riporta le firme di tre scultori rodii ritenuti autori anche del Laocoonte dei Musei Vaticani), erano in antico collocate in un teatro naturale costituito da una grotta resa ancor più suggestiva da una serie di accorgimenti decorativi. Il gruppo del Ratto del Palladio rappresenta uno degli episodi che incisero sull’esito finale della guerra di Troia, ossia proprio il momento in cui l’immagine sacra di Pallade Atena venne rubata da Ulisse e Diomede, privando così Troia della sua protezione divina. La composizione conservata al Museo di Sperlonga immortala uno degli istanti più significativi della narrazione, ossia il balenare degli occhi e il vibrare della lancia, segni tramite i quali il Palladio rivela sé stesso e impedisce ad Ulisse, che nasconde la spada nel mantello avvolto intorno al braccio, la realizzazione del piano di colpire alle spalle l’amico Diomede e di presentarsi ai Greci come portatore del Palladio.

📌 Le modalità di visita del Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga e Grotta di Tiberio sono consultabili sul sito ufficiale della Direzione Regionale Musei Lazio.

Testa di Athena, cd. Palladio

 

Gruppo in marmo del “Ratto del Palladio”. Si conserva la testa di Diomede e parte del suo braccio con la mano che afferra con forza e vigoria la statua del Palladio.

DALLA VIGNA AL PALAZZO SULLE TRACCE DEI BARBERINI

La Vigna Barberini è forse il luogo più tranquillo del Palatino: in questa terrazza erbosa, dal suggestivo affaccio sul Colosseo, dominata dai conventi di San Bonaventura e San Sebastiano, arrivano attutiti i rumori del traffico cittadino, e quasi nulla ci fa ricordare il passato più antico: il silenzio e la pace della Vigna nascondono in realtà una storia affascinante e complessa, messa in luce dagli scavi svolti a partire dal 1985 in collaborazione con l’École française de Rome che hanno evidenziato come le ricche abitazioni che sorgevano qui in età repubblicana furono presto “cancellate” dalla Domus Aurea neroniana.
È proprio qui infatti che nel 2009 furono scoperti i resti di una eccezionale struttura alta più di 10 metri, sorretta da un grande pilastro e da doppi archi a raggiera, su cui poggiava una piattaforma circolare: era forse questa la coenatio rotunda, la famosa sala da pranzo di Nerone che girava giorno e notte imitando il movimento della Terra. Le tracce di giardino scoperte durante gli scavi, con messa a coltura di essenze in vasi disposti a filari, fanno pensare che qui fossero anche gli splendidi “Giardini di Adone” che gli scrittori antichi nominano tra le attrattive del Palazzo Flavio. Ma un gravissimo incendio, nel 191 d.C., cambiò di nuovo le sorti dell’area della Vigna, dove agli inizi del III secolo l’imperatore Elagabalo costruì il grandioso tempio dedicato al Dio Sole: oggi ne resta solo parte del basamento. Proprio sulle sue scale, ad gradus Elagabali, fu martirizzato, sotto il regno di Diocleziano, il giovane ufficiale Sebastiano: una chiesa dedicata al culto del Santo esisteva sul posto già nel IX secolo. Nel Medioevo l’area, ormai rurale, fu proprietà di diverse famiglie, finché, nell’agosto del 1631, fu acquistata dal principe Taddeo Barberini, nipote di papa Urbano VIII: lo stesso papa in quell’anno diede inizio ai lavori di ricostruzione della Chiesa alla quale si aggiunse poi il convento.

La Vigna costituisce solo un piccolo tassello della fitta rete di proprietà della famiglia Barberini a Roma, che nel 1623 aveva raggiunto, con Urbano VIII, il soglio pontificio. Già nel 1625 infatti il cardinal Francesco Barberini, fratello del papa, acquista la villa della famiglia Sforza vicino al Quirinale per realizzare un palazzo in grado di rappresentare il nuovo status della famiglia. Per l’ampliamento dell’edificio i Barberini si affidano a Carlo Maderno, che realizza l’impianto ad H, una soluzione assolutamente innovativa che tramite un braccio centrale collega l’ala Sforza, orientata a settentrione su piazza Barberini, con una nuova ala, speculare, a sud. Gian Lorenzo Bernini progetta lo scalone quadrato e il salone centrale, che occupa in altezza due piani del palazzo. Qui Pietro da Cortona dipinge sulla volta il Trionfo della divina Provvidenza (1632-1639) per celebrare la potenza spirituale e temporale del pontificato Barberini. Negli stessi anni, Francesco Borromini realizza la scala elicoidale nell’ala meridionale.
La grandiosa impresa è tale da segnare un’epoca: il barocco, infatti, nasce qui. Il palazzo è più che una semplice dimora, è anche strumento politico nelle mani della famiglia, che commissiona la realizzazione di varie guide del palazzo rivolte a pubblici diversi e utilizzate come dono diplomatico e mezzo di propaganda.

📌 Le modalità di visita delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini sono indicate sul sito ufficiale.

Veduta aerea della Vigna Barberini dopo gli scavi recenti

 

Palazzo Barberini. L’elegante scala elicoidale nell’ala sud, progettata da Francesco Borromini (photo credits Alberto Novelli)

MOSAICI E CASE ELEGANTI DAL PALATINO A PRIVERNO

Siamo in età repubblicana, quando la classe dirigente romana si amplia e cresce di pari passo l’esigenza di arricchire anche le abitazioni. Ad una ricca famiglia aristocratica possiamo attribuire la proprietà della Casa dei Grifi, residenza privata su due piani disposti lungo il pendio della collina del Palatino, con il superiore articolato intorno ad un atrio o peristilio. La casa, scoperta agli inizi del XX secolo dall’archeologo Giacomo Boni, prende il nome da una lunetta decorata a stucco con la suggestiva rappresentazione di grifi in posizione araldica. Le strutture sono in opera incerta e, in una seconda fase, in opera reticolata. La decorazione è databile agli inizi del I secolo a.C. e le pitture sono tra le rare testimonianze del cosiddetto secondo stile iniziale a Roma; i mosaici sono di raffinata fattura, in particolare quello di un ambiente del piano terra, arricchito da un emblema con cubi prospettici inserito nel pavimento a mosaico di tessere bianche e nere.
I cubi sono realizzati in materiali lapidei di colore bianco (palombino), verde (calcare marnoso del nord del Lazio) e nero (ardesia), mentre la cornice è in marmo rosso antico; lo stesso motivo ricorre anche nelle decorazioni pittoriche. Scomparse quasi del tutto dal Palatino con la costruzione dei palazzi imperiali, queste tipologie di abitazioni, che ripetono schemi abitativi di stampo ellenistico e si segnalano per le ricche decorazioni parietali e pavimentali, si conservano però ancora non solo a Pompei, ma anche in città del Lazio.

Splendidi esempi ne troviamo a Privernum, colonia romana fondata verso l’inizio del I secolo a.C. nella valle dell’Amaseno, a poca distanza dal sito collinare dell’attuale Priverno (in provincia di Latina).

La città, i cui resti sono oggi visibili nel Parco Archeologico di Privernum, fu forse non grande ma sicuramente ricca, e stupisce per la bellezza e l’alto livello decorativo delle pavimentazioni a mosaico delle sontuose abitazioni repubblicane, che appartennero di certo a esponenti dell’aristocrazia cittadina. Nella Domus della Soglia nilotica, ad esempio, scopriamo un ricco repertorio geometrico e figurato che decorava ogni angolo della casa: dal lussuoso atrio corinzio, al tablino, al triclinio e alle raffinate stanze da letto. Nel cubicolo a due alcove ai lati dell’ingresso spicca un originale ‘tappeto’ impreziosito da un emblema esagonale a cubi prospettici, quasi identico a quello conservato nella Casa dei Grifi, incorniciato da una larga bordura bianca vivacizzata da una gran varietà di piccoli e serrati inserti di pietre colorate. Particolarmente preziosi sono gli esemplari figurati, oggi esposti al Museo Archeologico di Priverno. Una lunga soglia che si snoda come un nastro, per quasi cinque metri, a illustrare un paesaggio ambientato lungo il fiume Nilo, ornava l’ingresso principale del tablino. In primo piano e per tutta la lunghezza del fregio scorre il Nilo in piena: vi galleggiano imbarcazioni, vi nuotano gli animali che talvolta emergono a minacciarle e vi crescono varie piante palustri. In secondo piano una sequenza di mura, torri, ingressi monumentali e piccoli sacelli, fa da contorno a gustose ‘vignette’ animate da Pigmei. In un emblema che originariamente decorava il triclinio, è invece raffigurato il mito di Ganimede, il giovane pastorello che era ‘il più bello dei mortali’ e che fu rapito da Giove per essere trasportato sull’Olimpo dove divenne il coppiere degli dei.

📌 Le modalità di visita del Museo archeologico di Priverno e del Parco archeologico di Priverno sono consultabili sul sito ufficiale dei Musei di Priverno.

Palatino, Casa dei Grifi. Emblema con cubi prospettici realizzati in materiali lapidei di colore bianco (palombino), verde (calcare marnoso del nord del Lazio) e nero (ardesia) mentre la cornice è in marmo rosso antico

 

Priverno, Domus della soglia nilotica.
Emblema esagonale con lastrine di calcare policrome che formano il motivo a cubi prospettici

 

 

DALL’ARCO DI TITO ALLA SINAGOGA DI OSTIA SULLE TRACCE DELLA MENORAH

Costruito sul punto più alto della via Sacra, l’Arco di Tito domina il paesaggio del Foro Romano: fu forse proprio la sua posizione a far sì che nel Medioevo fosse incorporato nella fortezza costruita dalla famiglia Frangipane; fu poi parte del vicino convento di Santa Maria Nova, e solo tra il 1812 ed il 1824, grazie ai restauri di Raffaele Stern e Giuseppe Valadier, fu “liberato” assumendo l’aspetto attuale.
L’arco, ad un solo fornice, fu dedicato all’imperatore Tito dopo la sua morte (unico tra gli archi trionfali superstiti ad essere dedicato ad un imperatore divinizzato) per commemorare la vittoria nella Guerra giudaica conclusasi drammaticamente nel 70 d.C. con il saccheggio di Gerusalemme e con la distruzione del Tempio da parte dell’esercito romano. Sono proprio questi avvenimenti ad essere illustrati sui rilievi all’interno dell’arco, che per struttura e decorazione costituisce uno dei capolavori dell’arte romana: nella sua decorazione, infatti, sono per la prima volta introdotti in un monumento ufficiale gli elementi stilistici dell’arte popolare.
Nella volta, riccamente decorata a cassettoni, è raffigurata l’apoteosi dell’imperatore, portato in cielo da un’aquila. I due grandi rilievi sui lati interni del fornice rappresentano invece il trionfo di Tito: a Nord Tito è rappresentato sulla quadriga trionfale, incoronato dalla Vittoria; sul lato Sud si vede invece il corteo che avanza verso la Porta Triumphalis: si distinguono gli oggetti saccheggiati al tempio di Gerusalemme, i vasi sacri, le trombe di argento e la menorah (il candelabro a sette braccia) che saranno poi esposti come “bottino di guerra” nel vicino Tempio della Pace. La fine della guerra giudaica, con l’imposizione del fiscus iudaicus, la tassa da pagare al tempio di Giove Capitolino, segnò forse il momento di crisi più profonda tra la gerarchia imperiale e la numerosa ed influente comunità ebraica romana, considerata la più antica del mondo, stanziata a Roma probabilmente già dalla metà del II secolo a.C.

Ma una comunità ebraica numerosa doveva essere presente anche nella vicina Ostia Antica, come dimostra la scoperta della sinagoga, avvenuta nel 1961 durante i lavori di realizzazione della viabilità verso Fiumicino. L’edificio si impose subito all’attenzione degli archeologi per la monumentalità e per la sua lunga vita. Esso sorgeva lungo la via Severiana quasi in riva al mare, fuori dalla porta cittadina (in età romana la linea di costa era molto arretrata rispetto all’attuale): una posizione decentrata, che si spiega con il voler mantenere la propria identità religiosa ben distinta dalla serie di culti che si svolgevano in città e ai quali erano dedicati tantissimi luoghi, sacelli, templi e aree sacre, in funzione delle specificità delle singole divinità. Inoltre, per gli Ebrei le spiagge del Mediterraneo erano considerate luoghi puri per fare abluzioni rituali. L’edificio di culto era orientato in direzione Est/Sud-Est: ovvero in direzione di Gerusalemme.
Considerata per lungo tempo la più antica sinagoga dell’Occidente mediterraneo, secondo le ultime interpretazioni essa si imposta su un edificio privato del I secolo d.C. che solo all’inizio del III secolo fu destinato a sinagoga. Gli interventi strutturali più importanti risalgono però al IV secolo d.C. quando il complesso fu ampliato anche con funzioni di ospitalità per viaggiatori ebrei e con la realizzazione all’interno dell’aula di culto di un’edicola nella quale erano conservati i rotoli della Legge, la Torah. L’edicola era un piccolo spazio absidato e monumentalizzato con colonnine con mensole decorate con la rappresentazione della menorah a bassorilievo a lato dell’ingresso.

📌 Le modalità di visita del Parco archeologico di Ostia antica sono consultabili sul sito ufficiale.

Copia del rilievo del fornice meridionale dell’Arco di Tito con la rappresentazione della menorah e degli altri oggetti sacri portati via del tempio di Gerusalemme

 

 

 

Sinagoga di Ostia antica, la menorah raffigurata nell’edicola

DA SANTA MARIA ANTIQUA A SANTA MARIA MAGGIORE NELL’ANTICA CITTÀ DI NINFA

Santa Maria Antiqua nel Foro Romano fu costruita alla metà del VI sec d.C. sfruttando strutture esistenti di età imperiale; la chiesa è preziosa soprattutto per il suo complesso di pitture, databili tra il VI e il IX sec d.C. Considerata un manifesto dell’«ellenismo» di Bisanzio, la decorazione pittorica permette di comprendere l’evoluzione della pittura tra la tarda antichità e il Medioevo. Tutto questo è testimoniato, in particolar modo, dalla parete ‘palinsesto’, a destra dell’abside, che conserva tracce di diversi strati di pitture sovrapposti. Il primo strato, quindi l’immagine più antica, risale alla prima metà del VI sec d.C. e raffigura Maria regina con Bambino e angelo, dipinti subito dopo la conquista bizantina della città. Del periodo successivo si conserva un’Annunciazione di cui rimane solo il volto della Vergine e la figura del cosiddetto Angelo “bello” realizzato dalla mano di un artista raffinato a testimonianza del breve periodo felice in cui la chiesa divenne palatina (565-578 d.C.). Il terzo strato permette di riconoscere due Santi identificati come Basilio e Giovanni e fu realizzato sicuramente dopo il 649 d.C. Nel quarto ed ultimo strato è riconoscibile parte di uno dei Padri della Chiesa, Gregorio Nazianzeno, raffigurato con San Basilio (705-707 d.C.).
Le pareti della chiesa verranno arricchite man mano da nuovi affreschi; la navata a sinistra dell’ingresso, per esprimere in maniera inequivocabile la fede verso la Chiesa di Roma, fu affrescata con Santi della chiesa greca e latina, con Cristo al centro e in alto scene di del Vecchio Testamento (757-767 d.C.). A sinistra del presbiterio ancora oggi si può ammirare la splendida e colorata cappella di Teodoto, databile al 741-782 d.C. dove le immagini sacre rivestono ancora un ruolo fondamentale mentre a Bisanzio erano già state cancellate dall’iconoclastia. A destra del presbiterio, la Cappella dei Santi Medici fa parte della campagna decorativa promossa da Giovanni VII nel 705-707 d.C.

Ma c’è un’ altra chiesa, con lo stesso nome di Santa Maria e anch’essa con il passare dei secoli in parte crollata, che ha anche un forte legame con Roma e con Bisanzio, e che può ancora oggi svelare molto della sua storia: Santa Maria Maggiore nell’area dell’antica città di Ninfa. Siamo più avanti sulla linea del tempo ma anche qui ci troviamo di fronte ad un contesto unico e straordinario: Santa Maria Maggiore, costruita a partire dal X secolo, era il più importante edificio di culto dell’antica città di Ninfa. Situata in una posizione strategica, in corrispondenza di una delle quattro porte di accesso che si aprivano lungo la cinta muraria, ancora oggi si mostra con la sua imponenza e maestosità tra i ruderi del giardino. Fu proprio in questa chiesa che nel 1159 fu incoronato papa, con il nome di Alessandro III, il Cardinale Rolando Bandinelli che si era rifugiato a Ninfa per sfuggire all’imperatore Federico Barbarossa. Quest’ultimo, per vendetta, saccheggiò la città con il suo esercito. Originariamente il corpo della chiesa era costituito da tre navate scandite da pilastri a sezione quadrata, con un’unica abside affrescata, rivolta verso l’oriente e con un’ampia cripta, le cui tracce sono visibili ancora oggi. È nel Trecento che viene realizzato il campanile addossato alla facciata, caratterizzato da bifore, cornici e da una decorazione diffusa in molte chiese di Roma. La navata centrale era coperta da un tetto ligneo a due falde, mentre le navate laterali presentavano volte in muratura. A testimoniare la ricchezza del luogo, sono ancora visibili nel catino dell’abside due affreschi, uno dei quali raffigurante San Pietro, datati al 1160-1170 circa, eseguiti probabilmente in occasione del matrimonio della principessa bizantina Eudocia, di passaggio a Ninfa proprio in quegli anni.

📌 Le modalità di visita del Giardino di Ninfa e dell’antica città di Ninfa sono consultabili sul sito ufficiale.

 

Santa Maria Antiqua

Santa Maria Antiqua, navata est, particolare. Raffigurazione considerata un manifesto per l’autorevolezza con cui è rappresentato Cristo tra i Padri della Chiesa orientali e occidentali in un pannello posto a mo’ di zoccolo, di fondamenta del ciclo sovrastante con scene dell’Antico Testamento, con un focus sulle vicende di Giuseppe.

Ninfa, Chiesa di Santa Maria Maggiore. Ben visibile il campanile costruito nel Trecento addossato alla facciata, caratterizzato da bifore, cornici e da una decorazione diffusa in molte chiese di Roma

 

 

CON MASSENZIO DALLA BASILICA AL PALAZZO SULL’APPIA

Uno dei più grandiosi edifici della Roma imperiale, la Basilica di Massenzio, fu iniziata dall’imperatore Massenzio all’inizio del IV sec d.C. sul luogo precedentemente occupato dagli Horrea Piperataria di età flavia, i magazzini del pepe e delle spezie ma anche delle droghe e medicine: sappiamo infatti che in quest’area si concentravano gli studi di famosi medici come Galeno e Arcagato (di cui abbiamo parlato anche nel percorso Medicina XXXIII). Della Basilica oggi si conserva solo la navata settentrionale ma è sufficiente per avere un’idea della maestosità dell’edificio originario che copriva un’area di 100×65 metri e raggiungeva 35 metri di altezza. La copertura centrale doveva essere costituita da tre immense volte a crociera rette da colonne in marmo proconnesio (l’unica superstite fu collocata nella Piazza di Santa Maria Maggiore per volontà di papa Paolo V nel 1613). Dopo la morte di Massenzio la Basilica fu completata da Costantino e i frammenti di una au statua colossale, oggi conservati nel cortile del Palazzo dei Conservatori, furono ritrovati all’interno dell’edificio nel 1478. La sola testa della statua, che probabilmente in origine raffigurava Massenzio e che fu poi rilavorata, ha un’altezza di 2,60 metri.
La basilica fu sede di istituzioni importanti e diventò quasi l’organo unitario di tutta l’amministrazione della città. La posizione elevata, sulla Velia (e non nel Foro come le precedenti basiliche), si lega a quella della Prefettura urbana che in età tardo-antica occupava l’area retrostante alla basilica stessa. Le trasformazioni di fine IV secolo d.C., come la costruzione della nuova abside settentrionale, testimoniano indirettamente anche il cambiamento che ci fu nelle procedure amministrative: i processi non erano più pubblici ma riservati ormai solo ai senatori; era quindi sorta l’esigenza di avere aule appartate, dove riunirsi pochi partecipanti.

Massenzio fu straordinario committente di questa opera per uso pubblico nel centro della Roma antica ma, come tutti i suoi predecessori, per godere di un po’ di tranquillità fuori città fece costruire una splendida residenza privata in un’area suburbana, tra il II e il III miglio della via Appia. Il complesso era costituito da tre edifici principali: il palazzo, il circo e il mausoleo dinastico. Il palazzo, dai cui resti svetta l’abside dell’Aula Palatina, sorgeva su un’altura già occupata nel II secolo a.C. da una villa rustica, poi trasformata nel II secolo d.C. dal retore greco Erode Attico, che la inglobò nel Pago Triopio.
Il monumento più noto del complesso è il circo, ancora ben conservato in tutte le sue componenti architettoniche. Esso si sviluppa per una lunghezza di 512 metri con una spina centrale di quasi 3 metri ornata da vasche e sculture; al centro si ergeva l’obelisco in granito trasportato nel 1650 in piazza Navona per decorare la fontana dei Fiumi di Bernini. Il mausoleo dinastico, di forma circolare, è noto come “Tomba di Romolo” dal nome del figlio dell’imperatore morto tragicamente nel 309 d.C. Chiuso in un quadriportico coperto in origine da volte a crociera, il sepolcro è a pianta circolare ed era preceduto da un accesso monumentale. Della costruzione, che si sviluppava su due livelli, si conserva solo la cripta mentre al posto del pronao d’ingresso è oggi la palazzina Torlonia, trasformazione di un precedente casale agricolo settecentesco. Agli inizi dell’Ottocento l’area venne infatti acquisita dalla famiglia Torlonia e annessa alla vasta tenuta della Caffarella; nel 1825 ebbero inizio gli scavi sistematici del complesso.

📌 Le modalità di visita del complesso di Massenzio sulla via Appia sono consultabili sul sito ufficiale della Sovrintendenza Capitolina.

 

L’area occupata dalla Basilica di Massenzio vista dal Palatino; è visibile la navata settentrionale, l’unica oggi conservata.

 

Circo di Massenzio: visibili le torri e i carceres in secondo piano

DA ROMA A CAPRAROLA, SULLE TRACCE DEI FARNESE

Il versante settentrionale del Palatino è sicuramente uno dei luoghi più suggestivi del Parco archeologico del Colosseo: questo alto bastione, che si affaccia sul Foro Romano con splendide vedute, conserva, sopra le imponenti sostruzioni della Domus Tiberiana, quel che resta degli Horti Farnesiani, gli straordinari giardini voluti dai Farnese nel cuore della Roma antica, per simboleggiare il ruolo centrale che la famiglia, salita al soglio pontificio con Paolo III, volle assumere nella storia di Roma. A ideare gli Horti, con tenace volontà, fu il cardinale Alessandro, nipote del papa, che a partire dal 1537 acquistò una serie di piccoli appezzamenti sulla sommità dal Palatino. Il progetto, perseguito dopo di lui da altri membri della famiglia, porterà alla creazione di una grande proprietà articolata in serie di terrazze, collegate tra loro da scalinate e viali alberati, che dalla base del colle, recintata da un muro di accesso, salivano fin sulla sommità collegando tra loro gli edifici disseminati nel verde: i portali di accesso, la “Palazzina” (ora scomparsa) a metà dal pendio, la Casina del Belvedere, le Uccelliere, ed i ninfei: il Ninfeo degli Specchi ed il più tardo Ninfeo della Pioggia. Organizzati in aiuole geometriche con alberi da frutto, olmi e allori, agrumi e magnolie, arricchiti da architetture di legno intrecciato a formare pergolati e cupole, i giardini erano anche “popolati” da statue antiche, incrementate dai continui scavi. Nel 1628 gli Horti erano nel loro massimo splendore quando ospitarono la festa di matrimonio tra Odoardo, duca di Parma e Piacenza, e Margherita De’ Medici. Ma il declino dei giardini ebbe inizio già poco dopo, con il trasferimento a Parma della corte: trascurati, poi affittati a mezzadri come terreno agricolo per ricavarne utili, gli Horti scomparvero infine quasi del tutto, smantellati nel corso degli scavi archeologici del XIX secolo; ma quello che rimane basta a farci immaginare il loro originario splendore.

Il cardinale Alessandro Farnese, ideatore degli Horti, ebbe un ruolo fondamentale anche nella costruzione di un altro “gioiello” farnesiano: il Palazzo situato a Caprarola, nella Tuscia, territorio di origine dei Farnese, che proprio in quegli anni veniva organizzato nel Ducato di Castro. Riprendendo il progetto già iniziato da Antonio da Sangallo, Alessandro creò una residenza sontuosa affidando, nel 1559, i lavori a Jacopo Barozzi da Vignola che previde anche il riassetto urbanistico del borgo di Caprarola e le sistemazioni esterne di collegamento con il Palazzo; alla sua morte, nel 1573, l’edificio, celebratissimo in tutte le epoche e considerato il suo capolavoro, era pressoché completato. A monte del Palazzo si sviluppavano i giardini, anche in questo caso organizzati su diversi livelli, secondo il gusto dell’epoca. I Giardini Bassi, o Segreti, ornati da fontane e organizzati in aiuole compartimentate, mantengono le caratteristiche del giardino rinascimentale, di forma quadrata, recinto da alte mura, allestito da sempreverdi. Il Giardino Grande è invece una costruzione immersa nei boschi, raggiungibile da un sentiero fiancheggiato da filari di abeti. Realizzato in fasi successive, venne poi sviluppato e adattato a nuove esigenze nel corso del tempo. La posizione panoramica e la realizzazione dell’acquedotto consentirono la creazione di un “giardino d’acqua”, sul modello della vicina villa Lante a Bagnaia. In un percorso dal basso verso l’alto si dispiega con simmetria centrale disegnando tre blocchi tematici: un teatro d’acqua, un giardino di bossi detto Giardino delle Cariatidi, ed il Giardino dei Fiori, con vasche degradanti un tempo ornate da fioriture.

📌 Le modalità di visita del Palazzo Farnese di Caprarola sono consultabili sul sito ufficiale della Direzione Regionale Musei Lazio.

 

Palatino, Horti Farnesiani: una suggestiva veduta dall’alto dei giardini in primavera con le Uccelliere

 

Caprarola, Giardini Alti di Palazzo Farnese: la catena dei Delfini con la fontana dei Fiumi, sullo sfondo la palazzina del Piacere, epicentro delle sistemazioni architettoniche.

 

 

 

LE VESTALI E LA “VERGINE TUCCIA”, DALL’ETÀ ROMANA AL ROCOCÒ

Le sei Vestali, il cui compito principale era la cura dell’ignis perpetuus, il fuoco che ardeva giorno e notte all’interno del Tempio di Vesta, simbolo del sacro focolare della città, costituivano l’unico sacerdozio femminile della Roma antica. Scelte tra le discendenti delle più illustri famiglie della città (in origine solo tra quelle appartenenti al patriziato), le Vestali erano reclutate tra bambine di età compresa fra i 6 e i 10 anni, ed avevano l’obbligo di esercitare il sacerdozio vivendo nell’Atrium Vestae, ovvero la dimora situata presso il tempio, per 30 anni. Sempre vestite di bianco, con una lunga stola ed un corto mantello di lana, le Vestali legavano ogni giorno i capelli in un’acconciatura che le donne romane sfoggiavano solo nel giorno del loro matrimonio: sei trecce strette sul capo a cui si avvolgevano bende che ricadevano sui lati. Le Vestali erano le uniche donne romane a non essere sottoposte alla tutela del pater familias, potevano inoltre disporre autonomamente dei propri beni e testimoniare in giudizio senza giuramento. E se un condannato a morte incontrava una Vestale sulla sua strada veniva graziato. Questi diritti erano bilanciati da altrettanti doveri: se una Vestale lasciava spegnere il sacro fuoco era punita a colpi di verga dal Pontefice Massimo; se violava il voto di castità la punizione era durissima: intoccabile perché sacra, la Vestale veniva seppellita viva in una cella sotterranea, condannata ad una morte lenta e terribile. La storia ci ricorda il supplizio di più di 15 Vestali, di frequente immolate come capro espiatorio per placare gli dei in caso di guerre, epidemie o altre situazioni di crisi. Ma le fonti ci tramandano anche i casi di Vestali scampate alla condanna: la più nota è la vergine Tuccia che, ingiustamente accusata, chiese di provare la sua innocenza raccogliendo l’acqua del Tevere in un setaccio, e ci riuscì grazie alla protezione della dea Vesta.

La storia di Tuccia ispirò in epoca post antica numerose opere d’arte che la raffigurano spesso come simbolo di castità; famosa è la tavola di Andrea Mantegna conservata alla National Gallery di Londra. La rappresentazione più nota in scultura è invece probabilmente quella di Antonio Corradini, conservata a Palazzo Barberini e nota come “La velata”. La statua si distingue per il velo impalpabile che la ricopre, che genera onde e viluppi su tutto il corpo e aderisce al ventre con finissime increspature. Il setaccio sul fianco sinistro ci permette di identificare la donna rappresentata con la Vestale Tuccia. Corradini ha privilegiato il punto di vista frontale mentre la parte retrostante è appena abbozzata; ciononostante, a seconda del punto di vista, la statua offre scorci sempre nuovi e suggestivi. La Velata suscitò grande ammirazione nel pubblico dell’epoca tanto da guadagnarsi più di un articolo sul “Diario ordinario”, giornale allora in voga, che il sabato pubblicava le notizie più rilevanti della città. Tra queste, nel settembre 1743, viene comunicata la visita allo scultore da parte di Giacomo III pretendente al trono d’Inghilterra. Quattro anni dopo, la scultura tornò agli onori della cronaca, messa in vendita al prezzo di 4 mila scudi. Forse a causa del prezzo elevato o per “l’invidia dei Romani” come sostiene Pier Leone Ghezzi in una caricatura, nessuno la comprò, Corradini partì per Napoli, la statua fu trasferita al piano terra di Palazzo Barberini, e probabilmente acquistata dai Barberini stessi a un prezzo più vantaggioso dopo la morte dell’artista.

📌 Le modalità di visita delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini sono indicate sul sito ufficiale.

Foro Romano, Veduta della Casa delle Vestali

 

Palazzo Barberini, “La Velata” (photo credits Alberto Novelli)

 

 

DAL PALATINO A VILLA FARNESINA: LE LOGGE E I LORO AFFRESCHI

Il colle Palatino viene ricordato soprattutto per lo splendore dell’epoca dei Cesari ma anche nei secoli successivi fu scelto come dimora da importanti famiglie (per saperne di più consulta il percorso “Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna“)
La Loggia Stati-Mattei, costruita nei primi anni del Cinquecento proprio sul colle sfruttando spazi esistenti della Domus Augustana, è ciò che resta della Villa fatta erigere dalla famiglia Stati sul Palatino e doveva affacciarsi sul giardino, secondo lo schema tipico delle abitazioni romane extraurbane della fine del Quattrocento. Ancora oggi possiamo ammirarla con le forme di un tempo: un portico con tre colonne ioniche di reimpiego su cui si impostano quattro archi a tutto sesto, decorata con grottesche su fondo bianco chiaramente ispirate al mondo classico ed alle decorazioni della Domus Aurea (dai un’occhiata al sito ufficiale della mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche“).
La composizione pittorica, geometricamente scompartita per il necessario adattamento ad uno spazio già esistente, adottò soluzioni prospettiche ben studiate: nelle lunette troviamo raffigurazioni di Apollo, Atena e delle Muse, mentre nelle vele sono inseriti medaglioni con i dodici segni zodiacali su fondo blu. Staccati e venduti intorno al 1856-1860, essi furono ricollocati in situ solo nel 1989 grazie ad un accordo con il Metropolitan Museum of Art di New York. Le pareti della Loggia erano ornate da otto scene mitologiche che riprendevano racconti delle Metamorfosi di Ovidio e narravano il mito di Venere: esse furono asportate a partire dal 1846 e vendute all’Ermitage di San Pietroburgo dove si trovano tuttora. Gli affreschi risalgono con molta probabilità al 1520, momento in cui Cristoforo Stati si interessò alla costruzione e decorazione della Loggia affidandola, come testimoniano diverse fonti scritte, a Baldassarre Peruzzi che, all’inizio della sua carriera, fu collaboratore di Raffaello. Dal maestro colse il linguaggio utilizzato nella stufetta vaticana del cardinal Bibbiena, realizzata pochi anni prima dalla scuola di Raffaello, come risulta particolarmente evidente nelle scene raffiguranti Venere. La famiglia Mattei entra nella storia della Loggia nel 1560 dopo aver acquistato dagli Stati la vigna, con lo scopo di formare un unico grande possedimento. Il passaggio di proprietà determinò modifiche strutturali anche agli affreschi della Loggia come testimonia la sostituzione dello stemma Stati con quello dei nuovi proprietari Mattei.
Curiosamente Peruzzi, circa un decennio prima, era già stato incaricato di progettare l’architettura e la decorazione ad affresco di un’altra Loggia non lontana da qui, sull’altra sponda del Tevere: la Loggia di Galatea a Villa Farnesina. Commissionata agli inizi del Cinquecento dal banchiere di origine senese Agostino Chigi, essa rappresenta una delle più nobili e armoniose realizzazioni del Rinascimento italiano. Nella Loggia di Galatea il committente volle amplificare la sua immagine realizzando una ideale autobiografia: così il Peruzzi raffigurò sulla volta l’oroscopo di Agostino Chigi e il suo tema natale con divinità planetarie e costellazioni extra-zodiacali, lasciando intuire il fausto destino del committente nella favorevole congiuntura degli astri. Le lunette con sfondo blu e scene mitologiche furono invece affrescate da Sebastiano del Piombo e i motivi decorativi tratti in prevalenza dalle Metamorfosi di Ovidio; un altro punto in comune con la Loggia Palatina che, nelle scene raffiguranti Venere, si ispirava alla stessa fonte antica. L’augurio di un nuovo amore, invece, si ritrova nella scena con ciclope Polifemo innamorato della bella Galatea – che dà anche il nome alla Loggia – rispettivamente realizzati da Sebastiano del Piombo e Raffaello.
I legami storico culturali che già nel Cinquecento intercorrevano tra le due Logge sono stati oggi ulteriormente valorizzati dall’accordo firmato tra il PArCo e l’Accademia Nazionale dei Lincei. Le due istituzioni si sono impegnate a collaborare per 4 anni per la ricerca, la promozione e la fruizione del proprio patrimonio con progetti condivisi. Una delle prime iniziative, già in corso, è proprio la digitalizzazione ad alta risoluzione delle due Logge, realizzata anche in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.📌 Maggiori informazioni sulla Accademia Nazionale dei Lincei sono disponibili sul sito ufficiale.

La loggia Stati-Mattei sul Palatino. Sulla sinistra sono visibili in parte i materiali di reimpiego: i fusti di colonna in granito bigio sormontati da capitelli in travertino del XVI secolo. La decorazione pittorica della Loggia è suddivisa geometricamente con lunette laterali a forma di vela triangolare; sul soffitto un fregio di colore giallo, incornicia altri elementi decorativi e riquadri con scene mitologiche. Al centro della volta lo stemma della famiglia Mattei; sopra di esso la scena con Amore e le Muse, sotto la scena con Ercole e Zeus.

 

La loggia di Galatea, nel Cinquecento nota come ‘Loggia del Giardino’ in quanto due finestre si affacciavano sul giardino segreto meridionale, mentre le cinque arcate della parete orientale originariamente si aprivano sull’ampio giardino, sulla loggia del Tevere e quindi sul fiume.

I METELLI DAL TEMPIO DEI CASTORI ALLA VIA APPIA

La storia è fatta da luoghi, da eventi ma anche da persone; per questo vogliamo concludere questo percorso parlando di una delle famiglie più importanti della Roma repubblicana: i Metelli. La famiglia romana della gens Caecilia diede alla vita militare e politica romana numerosi esponenti protagonisti di avvenimenti importanti. Lucio Cecilio nel 250 a.C. riportò una vittoria significativa contro i Cartaginesi a Panormo. Quinto Cecilio Macedonico combatté la quarta guerra macedonica e ridusse la Macedonia a provincia romana nel 146 a.C. Inoltre, dopo il grandioso successo riportato, commissionò la Porticus Metelli, oggi meglio conosciuta come Portico di Ottavia dal nome della sorella di Augusto a cui fu dedicata dopo il restauro da parte del princeps. La grandiosa costruzione rappresentava una novità assoluta nel panorama romano, e riprendeva il modello della stoà greca, divenendo contenitore di opere d’arte di eccezione. Vogliamo ricordare infine Lucio Cecilio Metello Dalmatico, console dal 119 a.C., che prese il suo cognomen dalle vittorie riportate sui Dalmati. Con il bottino di guerra, nel 117 a.C., finanziò uno dei primi restauri del Tempio dei Castori nel Foro Romano, dandogli la struttura che ancora oggi possiamo in parte osservare.

La famiglia dei Metelli restaurò e eresse nuovi monumenti anche fuori dall’Urbe: uno dei più emblematici è il Mausoleo di Cecilia Metella sulla Via Appia nel Parco Archeologico dell’Appia Antica che riveste grande importanza nell’ambito dell’architettura funeraria romana e testimonia il prestigio della famiglia dei committenti che potevano finanziare costruzioni simili sulla Regina Viarum.

Il Mausoleo è uno degli edifici funerari più rappresentativi della via Appia Antica, vero e proprio monumento-simbolo che si staglia al III miglio della strada consolare. Si tratta di una tomba monumentale costruita fra il 30 e il 20 a.C. per ospitare le spoglie di Cecilia Metella, esponente dell’aristocrazia romana. L’epigrafe, ancora visibile sulla parte alta del monumento, ci svela che Cecilia era figlia del console Quinto Cecilio Metello, noto come ‘Cretico’ per aver conquistato l’isola di Creta. Il termine “Crassi” con cui si conclude l’iscrizione si riferisce al marito che era con ogni probabilità Marco Licino Crasso, distintosi al seguito di Cesare nella spedizione in Gallia tra il 57 e il 51 a.C. La tomba, che impressiona ancora oggi il viaggiatore per la sua imponenza ed eleganza, era un omaggio alla defunta ma anche e soprattutto una celebrazione delle glorie, delle ricchezze e del prestigio delle famiglie di appartenenza. Era costituita da un imponente cilindro, che si presenta ancora rivestito dalle originarie lastre di travertino, poggiante su un basamento a pianta quadrata di cui si conserva il solo nucleo cementizio in scaglie di selce. Sulla sommità del tamburo è un fregio marmoreo decorato con teste di bue e ghirlande di fiori e frutta da cui deriva il toponimo ‘Capo di Bove’ che a partire dal Medioevo indica il monumento stesso e tutta la tenuta circostante. Nel 1303, con l’aiuto di papa Bonifacio VIII, il mausoleo venne acquisito dalla famiglia Caetani e fortificato con un castrum formato da una cinta muraria, un palazzo e un torrione che si ergeva sulla mole della tomba romana. All’interno del villaggio fortificato era anche la chiesa gotica di San Nicola, ancora oggi visibile di fronte al mausoleo.

📌 Le modalità di visita del Mausoleo di Cecilia Metella e del Parco Archeologico dell’Appia antica sono consultabili sul sito ufficiale.

Veduta del Foro Romano con il Tempio dei Dioscuri

 

Mausoleo di Cecilia Metella. Sulla destra il mausoleo costituito da un imponente cilindro ancora rivestito dalle originarie lastre di travertino; poggia su un basamento a pianta quadrata di cui si conserva il solo nucleo cementizio in scaglie di selce. Ben visibile sulla sommità del tamburo il fregio marmoreo decorato con teste di bue e ghirlande di fiori e frutta.

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